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“Giubileo della misericordia e relazioni fraterne. Le opere di misericordia”

 

Il Giubileo Straordinario pone al centro della fede la misericordia di Dio. Di qui si evince che la “misericordia” è la via della salvezza in quanto rivelazione di Dio come dono, promessa e realizzazione del suo disegno di amore in favore dell’intera umanità. Non esiste altra via che possa essere paragonata a quella rivelata nel cammino della storia della salvezza giunta al suo definitivo culmine in Gesù Cristo.

Egli, in modo unico e universale è il “vangelo della misericordia”, che si manifesta come annuncio di gioia, di giustizia e di perdono per la salvezza definitiva dell’uomo (cfr. “Evangelii gaudium” e “Amoris laetitia”).

 

“Il nome di Dio è misericordia”

Il punto di partenza della riflessione sulla misericordia guarda diritto sulla Croce di Cristo quale rivelazione della misericordia di Dio, la sua immagine più vera, la sua conoscenza più profonda, la sua realtà più evidente e vivificante. La croce è la “parola” che irradia l’universo, l’evento che ricrea la condizione umana, in modo da riscattarla dal peccato e dalla morte.

Ma per arrivare al vertice della croce occorre partire da lontano, dalle Scritture. Nella Bibbia Dio si manifesta del tutto misericordioso, in un duplice modo: l’uno con il termine rahamim, che significa “l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro” (J. Cambier-X. Leon-Dufour), e indica una misericordia che esprime il cuore, la tenerezza; l’altro con il termine hesed che indica un legame profondo di benevolenza, che esprime la fedeltà assoluta di Dio, che significa l’accondiscendenza di Dio per l’uomo nella sua condizione di abbandono miserevole.

Così la misericordia appare nella più profonda e lunga tradizione biblica, e così si manifesta senza interruzione nella costantemente ricercata alleanza di Dio con l’uomo. Dio è sempre “per” l’uomo comunque si manifesti la sua condizione compassionevole.

Papa Francesco afferma: “La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono” (Bolla di indizione del Giubileo, “Misericordiae Vultus”, n. 6).

Di qui non possono non sorgere alcune domande: Chi è questo Dio per l’uomo e chi è l’uomo per un Dio che si rivela come “misericordioso”? Perché Dio viene sempre incontro, nonostante i nostri tradimenti? Perché Dio cerca, nonostante l’indifferenza umana? Perché Dio non si stanca mai dell’uomo, nonostante la sua lontananza?

E’ perché la misericordia esprime l’“essere di Dio” (Papa Francesco, Discorso, 9 dicembre 2015) – anzi “il nome di Dio è misericordia” (idem) nel suo riversarsi sulla debolezza umana, sul peccato dell’uomo, sulle sue ferite che lo debilitano. Fin dalle origini, Dio si prende cura dell’uomo, non lo abbandona al suo destino di morte, dispone per lui la via di salvezza.

Così le domande aprono alla scoperta di un Dio “sconcertante” nel modo con cui esercita la misericordia, eccedente ogni misura. Anche Dio a volte “scandalizza” per i gesti della sua misericordia. Infatti la dichiarazione di Dio che si trova nel profeta Osea: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (citata in Mt 9, 13), se ben analizzata, stabilisce la discriminante tra Dio e l’uomo, nel senso della loro radicale diversità e nel contempo si afferma l’atto più profondo di comunione tra volontà di Dio e volontà dell’uomo nel mentre quest’ultimo si volge a lui.

Di fatto si scopre costantemente che se l’uomo è creatura labile, iraconda, volubile e fragile, Dio al contrario è persona salda, stabile, immutabile, pacifica. Se l’uomo è capriccioso, Dio è fedele e l’uomo sta comunque di fronte a Dio. Questo “stare” dell’uomo in faccia alla maestà di Dio, richiede che Dio sia conosciuto per quello che è o meglio che Dio si sia “rivelato”, cioè che si sia fatto “vedere” in modo credibile e che possa essere “raggiunto” dall’uomo.

In realtà è la misericordia che ci illumina sulla verità di Dio e su quello che Dio ha fatto per l’uomo. Infatti tutta la Sacra Scrittura intende illustrare la “rivelazione” di Dio amante dell’uomo come avviene nello scorrere della storia della salvezza, cioè del come Dio mediante l’invio nel mondo del Figlio e mediante la potenza creatrice dello Spirito Santo, investe il mondo della sua misericordia salvifica. Dio è dunque perennemente presente nel mondo e si affaccia nel pensiero dell’uomo come colui che ne ha cura e si china su di lui.

 

La sfida della fede

Il punto focale del Giubileo della misericordia consiste nella ripresa di una fede convinta e matura, sia a livello individuale che comunitario. Il credente giubilare vive della sua fede, anzi l’esperienza fondamentale dell’uomo giubilare è la sfida della fede. Essa suppone innanzitutto un atteggiamento di libertà interiore rispetto agli assetti consolidati della vita di fede.

In realtà l’esperienza giubilare non può non far emergere l’identità della fede oggi. Ciò che inquieta è il dato impressionante che risuona come una sfida senza precedenti: la costatazione di essere posti di fronte a delle resistenze che fiaccano la fede cristiana messa a dura prova dai mutamenti antropologici e culturali generati della modernità secolare, dalla conoscenza tecnocratica e dalla rivoluzione mediatica.

In tale orizzonte, per tanti aspetti drammatico, la focalizzazione strategica sulla misericordia, quale “via princeps” della vita di fede, costringe a non eludere un necessario check up circa la condizione di credenti nel nostro tempo. Chi è oggi il cristiano? In realtà proprio nel nostro oggi appare in crisi la stessa consistenza della fede, ciò in cui si crede e perché si crede, con l’aggiunta di larghe “bande” di religiosità subalterna e in balia di un diffuso soggettivismo “credente”.

In breve, la questione seria del Giubileo – appunto perché “straordinario” e perché la misericordia acquisti il carattere sacramentale della rinascita e lo spessore consistente della qualità spirituale − si manifesta nel compito di una restituzione dell’identità teologica della fede. Ciò implica una svolta di senso nella relazione con Dio, con la rivelazione di Gesù Cristo, con la testimonianza della Chiesa.

Si tratta dunque di operare una vera “conversione”, un cambiamento di mentalità che può accadere alla luce di una fede rinnovata, profonda, matura. Di conseguenza la dinamica spirituale che viene suggerita è quella che si innesta nell’uscire-entrare da una fede smorta e priva di mordente ad una fede viva e vivificante.

Il tema della fede si presenta dunque centrale nella conversione giubilare. Essa richiama la sua essenza, la sua comunicazione e il suo vissuto etico rispetto alle abituali visioni e prassi pastorali e alle conseguenti scelte di vita. Per ottenere questa consapevolezza dottrinale e pratica, si fa necessaria una radicale “catechesi” e una delineazione del vissuto pratico della stessa fede giubilare.

 

La conversione come riscoperta della novità di Cristo

Si tratta quindi di affrontare, nel merito giubilare, l’istanza della “conversione” effettiva, a partire dal suo essenziale profilo di fede nel segno della assoluta novità della parola profetica di Gesù: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Il perentorio invito di Gesù provoca la domanda: Cosa significa convertirsi? Significa intraprendere un cammino di riforma sostanziale di sé: cambiare mentalità secondo uno stile cristiano, incidere una stretta coerenza tra l’essere e il fare, innestare nella vita la novità della Grazia, spendersi per i poveri, assumere in prima persona il compito della missione.

Non v’è dubbio che la conversione rappresenta la specificità del cammino del Giubileo. Eppure essa appare quasi “rimossa” nella predicazione preminente dell’evento della misericordia, considerato come atto di assoluta gratuità divina. Ciò è del tutto vero. E tuttavia la misericordia richiede di confrontarsi con la realtà del peccato. E’ nell’uomo peccatore che sovrabbonda la grazia della misericordia.

Questa consapevolezza: da una parte rimanda all’urgenza della conversione conseguente ad una radicale percezione del peccato, il cui “peso” appare scomparso o diversamente percepito nella società contemporanea, e dall’altra ad un’acuta sensibilità dell’evento della grazia della misericordia di Dio come perdono e riconciliazione, come giustizia donata (giustificazione per la fede!).

Per ovviare al rischio di una “banalizzazione” dell’atto misericordioso di Dio, è necessario creare le condizioni per elevare la qualità della fede. Essa si configura sinteticamente in un uscire dalla sfera del peccato e in un entrare nella sfera della grazia. Si tratta del preciso e insuperabile movimento ascetico-mistico a lungo predisposto dalla tradizione spirituale cattolica. In realtà il peccato va percepito e valutato come male disgregante dell’esistenza personale e della società umana.

Sottomessa alla prova giubilare, la condizione ferita dell’umano grida il bisogno della guarigione, della grazia, ma non sa come rapportarsi a Dio. E’ qui che si annuncia lo “scandalo” della misericordia: Dio si compromette radicalmente, riversandosi sull’uomo diviso, umiliato e peccatore, disponendo il terreno di una ritrovata armonia resa possibile da quella “riforma” del cuore umano che porta alla “consonanza” con il cuore di un Dio Padre.

Al riguardo, il motto del Giubileo ritorna di profetica attualità: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). Suona come un invito pressante a ritrovare il “senso” teologico e pratico della misericordia, non guardando alla sensibilità umana, ma all’unico modello offerto dal Padre. Tutto sta in quel “come”!

Perciò nel riformare la coscienza del peccato e nel consentire l’evento della misericordia, avviene il passaggio cruciale del Giubileo. Come appare subito, l’uno e l’altro combaciano con il movimento uscire/entrare, essenziale per un’autentica azione di “conversio a Deo”. Si tratta di avviare un “processo” di accostamento a Dio che inizia nel profondo della coscienza nella quale si accende la consapevolezza che solo la misericordia di Dio colpisce e sradica le acquiescenze di una spiritualità asettica, di stampo devozionalistico, del tutto conforme allo stabilirsi/annidarsi della cosiddetta “mondanità spirituale”, tanto esecrata da Papa Francesco.

Qui si intuisce che “riforma” non si riduce ad un’operazione di cosmesi superficiale, ma prevede uno sradicamento e una costruzione, cioè parte dal profondo di se stessi, dalle radici di un cuore contrito, e si edifica seguendo la spinta di un cuore purificato e ricreato dalla potenza dell’amore di Dio. In realtà si tratta di ribaltare l’ostruzionismo della mediocrità e del quietismo spirituale, per favorire l’affermarsi della vivacità originale della grazia accolta nella fede che insorge dalla chiamata fondamentale del “Vangelo di Gesù”, vissuto limpidamente nella Chiesa e nel mondo.

 

Incontro personale con la grazia di Cristo

In tale prospettiva, ci si chiede come giungere al punto di avviare una “riforma” di se stessi e di intraprendere una “consonanza” con la misericordia. La risposta interpella direttamente la volontà di far sì che il Giubileo segni un punto di svolta nella quotidianità della vita spirituale e non sia semplicemente una bella iniziativa di pietà cristiana. In realtà non vi è predicazione appagante della misericordia se non si inizia dall’esperienza personale della misericordia attraverso un incontro imprescindibile e memorabile con la Grazia della salvezza. Tale incontro consegue alla decisione di porsi di fronte a Cristo Crocifisso e Risorto e sotto il suo sguardo avviare decisamente un cammino serio di riforma di sé e di consonanza con Dio.

Così si avverte che Dio mi ha colto dall’abisso di una presunta convinzione di salvezza vissuta come una “pretesa” di autosalvazione. Dio proprio attraverso il suo chinarsi sul mio fradicio orgoglio, che mi ha reso “mezzo morto” come il malcapitato sulla via da Gerusalemme a Gerico, mi fa capire l’inutilità di una mia santità del tutto addomesticata. Con tenerezza impensabile, mi ha posto sul suo giumento, mi ha afferrato tra le sue braccia, mi ha avvolto nel suo mantello di misericordia, come gesto significante una nuova “creazione” dell’anima, almeno profondamente ferita se non del tutto corrotta.

In realtà l’accadimento della grazia, della giustificazione mediante la fede in Cristo Gesù, avviene ai piedi della Croce e, in modo del tutto unico, nel sacramento del sacrificio pasquale di Gesù che si celebra nel duplice versante della “confessio peccati” e dell’Eucaristia. Qui la potenza della “parola della croce” (1 Cor 1, 23) si fa potenza liberatrice che guarisce l’anima, la consegna nella pienezza del perdono, la nutre con il “pane di vita” che è il Corpo di Cristo.

Conseguentemente emerge come necessitante l’esperienza della grazia liberante e la partecipazione all’evento della salvezza che accade su di me nel momento che sono toccato dall’esplosione pasquale del Risorto. Del resto, anche sotto il profilo delle dinamiche della “psicologia spirituale”, si avverte di essere davvero toccati e attraversati dalla Grazia, proprio nel punto di “intersezione” dell’io più profondo con la forza della luce divina. Questo incontro con Dio in Gesù Cristo è il solo capace di osteggiare l’ondata di “mondanità” della vita che ci avvince. Così l’incontro personale con Dio spazza via tutti i residui di un certo accomodante buonismo devoto che sovente impedisce e sbiadisce l’evento restauratore della grazia.

In questo “luogo” interiore dell’incontro, educato e coltivato dalla preghiera del cuore e nell’insistente invocazione dello Spirito Santo, si colloca la “mossa” della grazia provocata dalla scintilla divina dell’amore con la quale Dio investe la creatura, cioè ognuno di noi, ormai trasformati dalla “grazia giubilare”. Questo evento interiore stabilisce un rapporto assolutamente nuovo e fecondo tra Dio Padre e il figlio sua creatura amata.

Il racconto di questo “mistico” evento di grazia, è leggibile in diversi miracoli e parabole del vangelo, del tutto note, fascinose e travolgenti. Lo stesso vangelo induce infatti la convinzione che la misericordia ha bisogno di una percezione forte, come di una “scossa” che lascia il segno. A consolazione dello spirito si possono rileggere le “parabole” dei due figli e del padre, dei due che salgono al tempio, del servo spietato, degli operai risarciti in modo diseguale; e i “miracoli” dell’adultera trascinata in mezzo alla piazza, della donna in casa di Simone, della guarigione del paralitico.

In realtà nell’incontro personale tutto cambia. Se Dio si fa grazia di comunione, si fa “compagno di viaggio” e interlocutore della mia soggettività lacerata, allora l’incontro personale assume la cifra di una nuova esistenzialità capace di modificare la mappa della mia autobiografia di ordine spirituale. Custodita nelle pagine segrete della quotidianità, si avvertirà che l’energia vitale della grazia modifica l’individuale “esistenzialità”, innerva le fibre costitutive della persona, illumina i fondamenti della vicenda soggettiva, allarga l’orizzonte delle relazioni vitali.

 

Le relazioni: le buone pratiche della carità nella verità

Dunque in ultima analisi, è necessario che in questo Giubileo Straordinario accada un soprassalto di coscienza critica nella profondità interiore dei fedeli, soprattutto visibile dalle “buone pratiche” della carità. La riforma della vita cristiana passa attraverso questa sapiente apertura del cuore, vero specchio dell’anima.

In tale prospettiva l’occhio profondo e libero dal cuore è in grado di misurare la distanza tra Dio e la creatura, la discrepanza tra la verità di Dio e la sincerità dell’uomo, l’abisso tra la grazia e il peccato, e infine la frattura tra l’amore e l’egoismo. Una sana verifica delle “relazioni” non può non confrontarsi con tali passaggi cruciali

     Qui si concentra la capacità del credente di rompere le barriere che si interpongono nell’interno di sé e di rispondere alla grazia della misericordia, cioè di assumere fino in fondo la Parola di Gesù: “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32), perché la nostra vita di fede sembra imbrigliata nelle secche di un’abitudinarietà che imprigiona lo spirito.

Per questo abbiamo bisogno che il soffio creatore dello Spirito di verità come luce folgorante che si irradia nell’anima, investa l’intreccio delle nostre “relazioni” perché siano qualificate come “fraterne”. Dunque abbiamo bisogno che lo Spirito ci faccia gustare la gioia di irrorare le relazioni secondo la trasparenza della libertà e la forza della verità.

Come è noto la verità viene dall’alto, dallo “Spirito di verità” (Gv 14, 17) e si esprime in una rinnovata intelligenza della fede e in una rinnovata prassi del credere, capace di rifondare lo statuto del credente. Di fatto la verità, dono dello Spirito, investe tutto intero lo spazio della coscienza, dilatandosi nelle pieghe dell’anima e negli angoli più oscuri di sé. E’ la verità di Dio che consente l’estromissione dei vincoli imposti dalla “struttura di abitudine” in cui sovente si è intrappolati.

L’abitudine passiva e formale uccide la fede − come dice l’apostolo Paolo: “La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita” (2 Cor 3, 6) – e mortifica la creatività amorosa dell’anima, soprattutto quando non è ravvivata dallo Spirito Creatore che “crea” sempre “cose nuove” nella coscienza del credente.

Di qui si comprende più luminosamente che la condizione per accedere alla verità di Dio è la sincerità dell’uomo. In essa l’uomo recupera tutto se stesso, ridiventa capace di autocoscienza, riconosce la sua autentica identità. Sappiamo bene infatti che il contrario della sincerità è l’ipocrisia, ciò che Gesù, nella sua requisitoria contro gli scribi e i farisei, identifica nell’immagine del “sepolcro imbiancato” (Mt 23, 27), cioè dell’uomo morto!

Non è un caso che l’apostolo Paolo ci ammonisca, nella celebrazione della Pasqua del Signore, un mutamento radicale: “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor 5, 8) per avere parte alla stessa Pasqua del Signore, cioè alla salvezza.

In tal modo nell’identificarsi a Cristo Crocifisso e Risorto, si manifesta l’intenzione di togliersi la maschera, matura la decisione di lasciarsi pervadere dalla verità di Dio, si rafforza la volontà di non sottrarsi alla sua azione creatrice, che è necessariamente e salutarmente “terapeutica”, rispetto ad una vera “restitutio ad integrum” della persona.

Di qui si evince un’esigenza del tutto coerente e avvincente, quella di valore etico che ci fa autentici artigiani del vangelo della misericordia di Dio presso i nostri fratelli. Se è vero che la misericordia rappresenta la “sintesi” del “Vangelo di Dio” (Mc 1, 14), come condizione permanente di appartenere al Regno dei cieli, ciò implica necessariamente una condotta di vita improntata al perdono e alla tenerezza reciproca. Infatti senza la misericordia in atto non si ha accesso al Regno, e così il nostro orizzonte di fede permane opaco e privo di speranza, in quanto non illuminato dalla certezza che l’amore di Dio si rivela estesamente nelle relazioni fraterne.

Si comprende che il frutto del vivere fraterno è la gioia che vince ogni tristezza come sentimento insoddisfatto. Qui emerge l’urgenza di una solida sperimentazione dell’“evangelii gaudium” che genera la “gioia” dell’incontro con Dio. Allora proiettati sulle strade della carità, del perdono, della riconciliazione possiamo gustare la gioia dell’essere e del vivere “l’anno di grazia del Signore” (cfr Lc 4, 19), soprattutto nei contesti e negli ambienti di vita quotidiana, impostando “relazioni” secondo il timbro suggestivo e prescrittivo della fraternità.

 

Le “opere “ della carità

A proposito di pratica della misericordia, già il Catechismo di Pio X (1905), secondo un sapiente criterio pedagogico-catechistico, propone l’impegno delle sette opere di misericordia corporale e delle sette opere di misericordia spirituale. Appare evidente l’intento ascetico-morale della Chiesa che tende a promuovere una misericordia dal basso, cioè a partire dal popolo di Dio, e una giustizia solidale che mostri qual è la volontà di Dio operante nel popolo.

Di quelle corporali: tutte paiono davvero impegnative e praticabili. D’altra parte se si pensa che l’età dei consumi copre e nasconde la realtà, allora è necessario togliere il velo dell’ipocrisia e far vedere che gli affamati, gli assetati, gli ignudi, i pellegrini, gli ammalati, i carcerati, i morti… ovunque esistono e chiedono il nostro aiuto. E’ giocoforza allora allargare gli orizzonti delle opere stesse.

Di quelle spirituali: tutte si presentano di non facile esecuzione. Soprattutto fanno problema la quinta (perdonare le offese) e la sesta (sopportare pazientemente le persone moleste). Di qui si comprende che, se il catechismo aveva l’effetto di presentare come “legge”, sia pure solo morale e non civile, l’esercizio della misericordia, ora l’invito delle opere spirituali ci porta ad un livello più elevato. In realtà la misericordia si manifesta in queste opere, ma non vi si riduce.

       Come si può vedere, la misericordia solleva la polvere dall’anima e avvia ad una revisione degli stili di vita, del come essere cittadini e cristiani appassionati, attivi, consapevoli, pur in mezzo alle nostre mille fragilità e debolezze. “Chi è debole, che anch’io non lo sia?” (2 Cor 11, 29) si chiede San Paolo. E tuttavia ciò non impedisce di camminare sulla via maestra della carità operosa, della misericordia e della giustizia.

Come è noto, Papa Francesco ripropone le 14 opere di misericordia per risvegliare le coscienze per intraprendere opere concrete di misericordia e di giustizia. Esse, abbracciando la condizione di bisogno dell’intera persona nel contesto vivo della società, destano la nostra sensibilità spirituale e nel contempo la nostra dedizione al prossimo.

Al riguardo rileggiamo alcuni passaggi della “Misericordiae Vultus”: “In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità”. […].

“Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr. Mt 25, 31-45). Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine, avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: «Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore»” (n. 15).

 

+ Carlo Mazza

Vescovo di Fidenza