San Matteo

San Matteo Apostolo ed Evangelista
sor. Paola C. FFB
19 Febbraio 2017

Matteo, apostolo ed evangelista

Prima di iniziare questo approfondimento sull’apostolo Matteo, vorrei inserire una nota personale. Ho scelto questo apostolo, perché molti anni fa ricevetti come parola profetica proprio il brano della chiamata di Matteo: veramente Gesu’ nel 1991 mi chiamo’ dal mio banco delle imposte -gli studi- a seguirlo nella fraternità, che era agli inizi, e continua a chiamarmi da altri banchi di imposte!

Bene, ora, chiusa la parentesi, iniziamo.

Cari fratelli e sorelle, proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia, quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.

Papa Benedetto XVI, prima di procedere alla presentazione di ogni singolo Apostolo, fa una catechesi di introduzione, in cui espone alcuni aspetti della missione degli apostoli: l’apostolo è un inviato, ma prima ancora, un “esperto” di Gesu’. Non sarà annunciatore di un’idea, ma testimone di una persona, con cui egli ha stabilito un rapporto personale. Quindi, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di cio’ che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (1 Gv 1,3).

Altro aspetto importante che voglio ricordare è che i Vangeli ci dicono chiaramente che Gesù nella scelta degli apostoli è determinato, consapevole, non mostra dubbi, perplessità o insicurezza nello scegliere. Ci dicono inoltre che dopo aver pregato tutta la notte, Gesù sceglie i dodici apostoli: ciò significa che la chiamata è un evento di preghiera. Essi vengono, per così dire, generati nella preghiera, la loro chiamata nasce dal dialogo del Figlio con il Padre ed è in esso ancorata.

 

In questo quadro, Gesù sceglie anche Matteo ad essere apostolo.

Possiamo supporre che i Dodici erano tutti ebrei credenti e osservanti, che aspettavano la salvezza di Israele. Ma le loro posizioni concrete, il loro modo di concepire la salvezza era diversissimo. Per esempio Matteo, in quanto pubblicano, che lavorava a stretto contatto con il potere dominante, per la sua posizione sociale era classificato come pubblico peccatore.

Accostiamoci ora a questo apostolo.

Di Matteo non abbiamo molte notizie. Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa, appunto “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela. Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”: Marco (2,14) specifica inoltre che Matteo-Levi era figlio di Alfeo.

Dopo le notizie che riferiscono i Vangeli, negli Atti viene citato subito dopo l’Ascensione al cielo di Gesù. Inoltre, risulta presente con gli altri Apostoli all’elezione di Mattia, che prende il posto di Giuda Iscariota. Matteo è anche presente quando Pietro, nel giorno della Pentecoste, parla alla folla. Non si hanno nel Nuovo Testamento altri dati intorno alla sua vita. Secondo un’antica tradizione, riflessa negli scrittori cristiani dal II al IV secolo (sant’Ireneo, Clemente Alessandrino, Eusebio ecc.), Matteo rimase alcuni anni in Palestina, condividendo con gli altri apostoli la missione di predicare il vangelo e collaborando alla direzione della chiesa primitiva. E’ certamente alla fine di questo periodo della sua vita, che bisogna porre la redazione del suo vangelo: la tradizione unanime della Chiesa antica, attestata fin dal II secolo, afferma che Matteo scrisse il primo vangelo, forse tra gli anni 40 e 50, in Palestina, per i cristiani convertiti dal giudaismo, in aramaico, la lingua comune in Palestina ai tempi di Gesù, ma di esso non abbiamo traccia. Scrive Eusebio di Cesarea: «Di tutti coloro (gli apostoli e i discepoli che frequentarono il Signore), però, solamente Matteo e Giovanni ci hanno lasciato degli appunti, e anche questi si dice che li scrissero per necessità. Matteo infatti, che predicò in un primo tempo agli ebrei, quando dovette andare anche presso altri, mise per iscritto nella madre lingua il Vangelo per i fedeli che lasciava, sostituendo così con la scrittura la sua presenza» (Storia ecclesiastica, III, 24, 5-6). A noi, invece è giunto il testo greco di Matteo, scritto probabilmente nel decennio che va dal 70 all’80 d.C. Alcuni documenti dicono che abbia predicato il vangelo soprattutto in Etiopia ed in Persia. Incerti sono il luogo e la data del martirio (il Martirologio Romano indica in Etiopia il suo martirio, ricordato il 21 settembre), e oscure ne sono le circostanze.

Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: probabilmente Matteo esercitava la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro. Lo si deduce nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata di Matteo, nel quale viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14).

Per conoscere un po’ meglio l’apostolo Matteo prenderemo in considerazione 2 scene evangeliche:

  1. La chiamata di Matteo Levi
  2. La cena a casa di Matteo in onore di Gesù.

Iniziamo a vedere la prima scena evangelica: la chiamata di Matteo. La chiamata di Matteo-Levi la prendiamo direttamente dal vangelo di Matteo descritta al capitolo 9 versetto 9.

“Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.”  Per immaginare la scena è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio conservata a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi, dove Gesù indica con il dito “l’uomo seduto al banco delle imposte”: nel quadro, l’apostolo è illuminato da una luce che indica la grazia di Dio che lo sollecita a rispondere. Gesù passa, vede Matteo che è intento a svolgere la sua attività, lo chiama a diventare suo discepolo; il chiamato lascia tutto e aderisce a Gesù, cioè lo segue. Interessante è che nel quadro del Caravaggio anche altri accanto a Matteo sono investiti dalla stessa luce, ma alcuni continuano ad avere gli occhi puntati sui loro interessi: ciò evidenzia che benché la grazia salvifica sia dono gratuito di Dio, lo stesso Dio ci lascia liberi di aderire oppure di rifiutare. Qui si tratta di un “pubblicano“, cioè un esattore delle tasse al servizio dei romani, appartenente alla categoria di uomini considerati sfruttatori e strozzini, odiati dal popolo ed esclusi dalla comunità religiosa di Israele. Dire “pubblicano” equivaleva a dire “peccatore”. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario (diciamo che poteva capitare di rubare). Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano).

Continuando la lettura del brano evangelico, leggiamo:

“Ed egli si alzò e lo seguì”. Matteo è una persona che si lascia provocare immediatamente dalla chiamata di Gesù, che prende l’iniziativa. Risposta che è rottura con la sua professione. Tale risposta esprime la fede di Matteo, che “si affida” a Colui che lo chiama, condividendo il suo progetto di vita e perdendo il proprio.

Matteo ci fa capire che il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Tutti ricordiamo, a conferma di cio’, la parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare: Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina, che lo rese giusto davanti a Dio. Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.

Cosi’ questa scena evangelica è commentata da san Beda il Venerabile, nelle sue “omelie”:

“Gesu’ gli disse «Seguimi», cioè imitami. Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come Colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.”

 

 

Passiamo ora alla seconda scena evangelica, che ci permette di conoscere altri aspetti di Matteo.

«Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e altra gente seduta con loro a tavola» (Lc 5, 29).  Matteo fa subito festa per l’incontro decisivo della sua vita: fa festa per Gesu’ e con Gesù e la fa nella sua casa, dove ci sono i suoi colleghi di lavoro. Matteo ha compreso che Gesù raggiunge anche le persone poco raccomandabili anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17). Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli “non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future” (dalle “omelie “di san Beda).

 

Chiediamoci ora che cosa la persona di Matteo ci rivela di Gesù.

Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo, possiamo fare qualche riflessione.

 

  1. Innanzi tutto l’esperienza di Matteo Apostolo ci dice che l’annuncio del Vangelo consiste nell’offerta della grazia di Dio ai peccatori.

 

  1. Matteo ci fa notare che nella chiamata l’iniziativa è di Gesù:passavede, cioè sceglie. Quello di Gesu’ non è uno sguardo distratto e indifferente, ma uno sguardo carico di amore. Chiama i suoi discepoli, per pura grazia, a un rapporto personale con Lui. Ma, mentre li lega a sé, li inserisce in una comunità, in una famiglia, la sua, dove alla sua scuola impareranno ad accettarsi e ad accogliersi come fratelli, superando ogni contrapposizione e rivalità.
  2. Matteo ci fa comprendere che Gesù dona la grazia, ma non si risparmia la fatica di attirarli a cambiare vita. Possiamo immaginare quanto sia stato difficile introdurli passo passo nella Sua via nuova, quali tensioni dovettero essere superati, di quante purificazioni necessitasse.
  3. Matteo ci dice che Gesù chiama i suoi collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione e li chiama mentre attendono al loro lavoro ordinario. A Gesù interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette.

A conclusione di questa riflessione, auguro a tutti voi di inoltrarvi nella lettura e meditazione del vangelo di Matteo, per incontrare personalmente il Cristo, nostro Salvatore.

 

Lode e gloria a te, Signore Gesu’